mercoledì 22 aprile 2020

Minaccia del Covid-19 anche da mari e laghi se acque non depurate

Anche le acque reflue non adeguatamente depurate potrebbero essere un pericoloso veicolo di contagio da coronavirus. In un documento diffuso dall'Epicentro ISS in piena emergenza coronavirus, e diretto ai gestori del servizio idrico integrato e alle
autorità ambientali e sanitarie, viene illustrato che "i virus escreti con feci, urine, vomito, saliva o secrezioni respiratorie entrano nel sistema fognario. Gli scarichi idrici interni agli edifici possono generare aerosol carico di virus determinando un rischio di esposizione. I virus vengono trasportati attraverso il sistema fognario verso l'impianto di trattamento delle acque reflue, dove l'esposizione attraverso aerosol è limitata a operatori professionali adeguatamente protetti attraverso dispositivi di protezione individuale (DPI)", essenziali contro la diffusione del virus e per la cura dei contagiati. Le norme inerenti la sicurezza sui luoghi di lavoro sono contenute nel Decreto Legislativo 81/2008.

I virus che entrano nell'impianto di depurazione vengono generalmente inattivati dai processi di trattamento fisici, biologici e chimici, e che scarichi illeciti possono far confluire acque reflue potenzialmente contaminate direttamente nel corpo idrico recettore, inoltre le fosse biologiche convenzionali, usate nel caso di edifici non allacciati a una rete fognaria, possono contenere patogeni virali con conseguenti rischi di esposizione per gli operatori al servizio di spurgo e eventuali soggetti presenti in prossimità dei luoghi di operazione. In particolare, sottolinea il Rapporto dell'Iss, negli ultimi decenni, l'attenzione si è rivolta anche ai virus non enterici, responsabili prevalentemente di malattie respiratorie. I due gruppi principali di questi virus che potrebbero rappresentare motivo di preoccupazione per il ciclo idrico integrato appartengono alle famiglie Orthomyxoviridae (virus dell'influenza) e Coronaviridae (SARS e MERS coronavirus).

Questi virus sono noti per essere stati responsabili di epidemie e pandemie come l'influenza H1N1 "spagnola" (1918-1920), l'influenza aviaria H5N1 (1997-oggi), l'influenza H1N1 (2009-2010), la SARS-CoV (2002-2003), la MERS-CoV (2012), l'influenza aviaria H7N9 (2013-oggi) e, per ultima, la pandemia in corso SARS-CoV-2 (2020). Per questi gruppi di virus, non vi sono ad oggi evidenze di trasmissione idrica, tuttavia, ne è dimostrata la presenza nelle feci, urine ed escreti dei pazienti con infezione; ne consegue che i virus possono entrare nel ciclo idrico attraverso le acque reflue, chiarisce il documento. In Italia, secondo gli ultimi dati di Goletta Verde Legambiente, il 25% della popolazione non è servita da un adeguato servizio di depurazione e gli scarichi non depurati finiscono nei nostri mari. Se dunque la tanto agognata fase 2, attualmente al vaglio del Governo, consentirà uno scorcio di vacanza - rileva AskaNews - bisognerà tener conto non solo delle distanze in spiaggia, ma anche della salute delle acque di mari e laghi.

Dei 262 punti campionati nelle 15 regioni costiere italiane dalla Goletta Verde, infatti, più del 36% è risultato con valori di inquinanti elevati (di questi il 29% sono stati giudicati fortemente inquinati, il 7% inquinati). Il monitoraggio, i dati risalgono allo scorso anno, ha indagato Enterococchi intestinali - un sottogruppo di un più ampio gruppo di organismi definiti come Streptococchi fecali, ndr. -, Escherichia coli e ha considerato come "inquinati" i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia e "fortemente inquinati" quelli in cui i limiti vengono superati per più del doppio del valore normativo. "Le foci di fiumi e torrenti, gli scarichi e i piccoli canali sono i veicoli principali di contaminazione batterica dovuta alla insufficiente depurazione dei reflui urbani o agli scarichi illegali che, attraverso i corsi d’acqua, arrivano in mare e nei laghi", spiega Serena Carpentieri, vice direttrice generale di Legambiente.

"Questi punti critici sono ignorati dai controlli ufficiali, etichettati come inquinati per definizione eppure spesso ci troviamo persone a fare il bagno, anche a causa dell’inesistenza di cartelli informativi o di divieto di balneazione. Anche se con il nostro monitoraggio non vogliamo rilasciare patenti di balneabilità o sostituirci alle autorità competenti, le situazioni che rileviamo destano molta preoccupazione". Nel dettaglio, dei 262 punti campionati nelle quindici regioni costiere italiane da Goletta Verde più del 36% è risultato con valori di inquinanti elevati (di questi il 29% sono stati giudicati risultati Fortemente Inquinati; il 7% Inquinati). Il restante 64% dei campionamenti è risultato entro i limiti di legge. Il 51% dei campionamenti, 135 su 262 punti, è stato eseguito presso foci di fiumi e torrenti, fossi o canali, risultando inquinato nel 62% dei casi. Il 49% presso spiagge con situazioni sospette invece hanno rilevato cariche batteriche elevate solo nell'8% dei prelievi e delle analisi eseguite.

Inoltre, nel 72% dei casi monitorati da Goletta Verde rispetto ai 131 punti dove la balneazione è vietata (o per divieto temporaneo di balneazione o perchè non monitorata), non c’è nessun cartello che indichi chiaramente il divieto di balneazione; anche se spesso in questi punti si trovano molte persone a fare il bagno, ignari dei rischi per la propria salute. Un viaggio da nord a sud della penisola durante il quale sono stati presi in esame 83 punti per le analisi microbiologiche. Il 34% di questi è risultato Fortemente Inquinato (21 punti) o Inquinato (7). Degli 83 punti oggetto di analisi, 35 corrispondono a porzioni di laghi definiti balneabili dalle autorità competenti; 44 non risultano campionati; 2 sono aree con divieto temporaneo di balneazione. Dei 35 punti definiti balneabili dalle autorità competenti, 11 sono risultati con cariche batteriche oltre i limiti di legge (di questi 5 giudicati Inquinati e 6 sono Fortemente Inquinati). Dei 44 punti non campionati invece dalle autorità competenti, ben 16 presentavano cariche batteriche elevate (14 giudicati Fortemente Inquinati e 2 Inquinati).

Un problema che ha interessato anche l'Unione Europea se, come più volte ricordato dal presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, "delle quattro procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea a causa della cattiva depurazione del nostro Paese, che coinvolgono 1.122 agglomerati urbani e 32 aree sensibili, due sono già sfociate in condanna e altre potrebbero arrivare presto, creando una cabina di regia unica come già si è iniziato a fare con il commissario di Governo".  L'OMS ha più volte ribadito che il virus può mantenersi in vita anche nell'acqua potabile, ma è molto improbabile. A marzo, l'Organizzazione ha scritto che finora non c'erano prove di tale persistenza, né nell'acqua potabile né nelle acque reflue. Sempre secondo questo documento, il rischio di contaminazione con SARS-CoV-2 da parte dei sistemi di acqua potabile è "basso". L'OMS dice che sebbene sia possibile la persistenza del virus nell'acqua potabile, non esiste alcuna prova che i coronavirus possano contagiare attraverso l'acqua potabile contaminata. Qualche giorno fa "tracce minime" di COVID-19 sono state scoperte nella rete idrica non potabile di Parigi.



Via: AskaNews

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